Tra le braccia dell’anima

“Il linguaggio dell’amore

è un linguaggio segreto

e la sua espressione più alta

è un abbraccio silenzioso”

Roberto Musil

L’abbraccio è il gesto primordiale, il primissimo contatto di affetto e corpo caldo tra la madre e il bambino, pochi minuti dopo la nascita, che trasmette al figlio calore e protezione.

L’abbraccio si da e si riceve. E’ un gesto necessariamente reciproco, di tattilità emotiva che muove emozioni profonde e coinvolgenti. Il suo valore risiede infatti proprio nelle emozioni e negli affetti che trasmette. Il nostro corpo stretto ad un altro riesce a sprigionare un’energia positiva unica e straordinaria quando gli affetti che veicola sono sinceri.

Con la società in continuo cambiamento e le ultime vicissitudini sanitarie (Covid-19), la socializzazione virtuale ha sostituito quella fisica; abbracciarsi è sempre più raro, e sempre più difficile ogni contatto fisico che possa ritenersi emotivamente significativo e soddisfacente.

“Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere. Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute. Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere.”

Virginia Satir

L’abbraccio può liberare endorfine nel sangue, come l’ossitocina, l’ormone del piacere, e questo effetto si traduce in numerosi benefici. Gli abbracci infatti generano benessere, possono ridurre la pressione arteriosa, aiutano ad alleviare il mal di testa, a migliorare l’insonnia, diminuire il dolore mestruale nelle donne, ridurre lo stress e l’ansia, diminuire i sentimenti di solitudine, rafforzare l’autostima e a vincere le paure. Alcuni studiosi ritengono addirittura che gli abbracci possano ritardare l’invecchiamento ed aiutare a controllare l’appetito.

“Un abbraccio vuol dire “Tu non sei una minaccia. Non ho paura di starti così vicino. Posso rilassarmi, sentirmi a casa. Sono protetto, e qualcuno mi comprende”. La tradizione dice che quando abbracciamo qualcuno in modo sincero, guadagniamo un giorno di vita.”

Paulo Coelho

“Tu non sei una minaccia”. Ma è proprio così? Esistono anche i malabbracci, abbracci che veicolano un’emotività invasiva e disturbante, intenta più al controllo e al possesso, al soddisfacimento egoico dei propri bisogni piuttosto che al contatto con l’atro, all’esplorazione e alla costruzione di reciproca intimità.

D’altro canto la nostra affettività può essere tale da non accogliere con serenità un abbraccio, per mille motivi.

Per fare dell’abbraccio un’esperienza nutriente e in grado di sprigionare tutte le sue potenzialità benefiche, sono necessari empatia, fiducia, comprensione e flessibilità.

L’abbraccio coinvolge la sfera dello spazio intimo di una persona: una sfera estremamente sensibile e delicata.

“Donami un abbraccio

sincero, luminoso

come un giorno d’estate,

ma che sia lungo,

lungo una vita.”

Carlo Bramanti

Gli abbracci, dunque, non sono tutti uguali. Come un’onda si muovono e muovono i corpi al ritmo delle emozioni di chi li vive.

Sempre più digitalizzati e meno corporei, stiamo perdendo le capacità di fruire della nostra tattilità emotiva. Rischiamo di perdere, cioè, un linguaggio originario essenziale al nostro benessere, al nostro equilibrio e alla costruzione di relazioni profonde e soddisfacenti.

Oggi, esprimete il vostro affetto a qualcuno a cui volete bene con un abbraccio. Non dite niente, permettete al vostro corpo di parlare e ascoltare. Permettete alla vostra pelle di irradiare l’affetto che provate per quella persona, senza richiesta alcuna, in ascolto.

Vi renderete meglio conto di quanta intensità può sprigionare un gesto compiuto con autentico e sincero affetto, qualsiasi sia il tipo di relazione con l’altro.

“Amore,

vola da me

con l’aeroplano di carta

della mia fantasia,

con l’ingegno del tuo sentimento.

Vedrai fiorire terre piene di magia

e io sarò la chioma d’albero più alta

per darti frescura e riparo.

Fà delle due braccia

due ali d’angelo

e porta anche a me un pò di pace

e il giocattolo del sogno.

Ma prima di dirmi qualcosa

guarda il genio in fiore

del mio cuore.”

Alda Merini

Buoni abbracci, dunque.

Primiana Leonardini Pieri

Per Approfondire:

  • Keating K (2002) “La terapia dell’abbraccio”. Gribaudi Edizioni
  • Persico G (2002). “La ninna nanna. Dall’abbraccio materno alla psicofisiologia della relazione umana”. Edizioni Universitarie Romane
  • Prekop J (2011) “Stringimi forte. La terapia dell’abbraccio stretto per liberare dai conflitti interiori e dai legami problematici”. Apogeo Editore.

Innamoramento e Amore: i mille volti di Eros

Ma tutto quello che ci tocca, te

e me insieme

ci tende come un arco

che da due corde un suono solo rende

Su quale strumento siamo tesi,

e quale violinista ci tiene nella mano?

O dolce canto.

(R. M. Rilke, Canto d’Amore)

È impossibile reprimere un’attrazione così intensa. Il poeta si rende conto che la sua anima non è individuale, ma intrinsecamente legata a quella del partner. Per spiegare questa simbiosi, Rilke sceglie una similitudine musicale commovente e delicata: l’ebbrezza dell’innamoramento corrisposto viene paragonata alle corde intonate di un violino che vibrano insieme producendo un unico suono, un accordo.

Rilke ci suggerisce quanto l’amore, come la musica, sia quindi coinvolgimento e armonia, richieda sensibilità e comprensione.

Ma perché amiamo? E chi è che determina i nostri sentimenti? Chi è che ci tocca e ci spinge l’uno verso l’altro fino a sintonizzarci e farci amare? («Quale violinista ci tiene nella mano?», v. 14). Il poeta ci suggerire l’esistenza di una forza superiore capace di “orchestrare” le nostre vite, ma lascia le sue domande senza risposta, creando così un senso di suspense.

Dal punto di vista della psicologia del profondo, questa forza superiore giace nel nostro inconscio, spazio numinoso irraggiunto dalla coscienza, dove moti segreti individuali e archetipici si intrecciano, silenti e pronti a vibrare quando qualcuno o qualcosa entra in risonanza.

E’ la forza di Eros, numinoso, che non si fà possedere ma piuttosto possiede le sue prede, che da semplici mortali, diventano amanti.

Jacques Loysel, La Grande Névrose, white marble, circa 1896 

La possessione di un Dio è esperienza profonda e ambivalente; all’opportunità grandiosa di accedere a risorse fino a quel momento sconosciute, si mescola l’inquietudine per l’ignoto.

Arte e poesia sono certamente gli spazi d’eccellenza per dialogare d’amore: un dialogo simbolico e immaginale, che riesce a cogliere la molteplicità degli aspetti di questa così particolare esperienza.

Mi limiterò qui ad alcune più banali riflessioni, confidando possano essere utili a coloro che amano perdersi nei mari di Eros, e ne sono spesso preda, o che attraversano esperienze di amori difficili e dolorosi.

Iniziamo col dire che per quanto l’Amore si stagli nell’esperienza di ciascuno con specifiche e irripetibili modalità, taluni tratti sono universali.

« A primavera, quando

l’acqua dei fiumi deriva nelle gore

e lungo l’orto sacro delle vergini

ai meli cidoni apre il fiore,

e altro fiore assale i tralci della vite

nel buio delle foglie;

in me Eros,

che mai alcuna età mi rasserena,

come il vento del nord rosso di fulmini,

rapido muove: così, torbido

spietato arso di demenza,

custodisce tenace nella mente

tutte le voglie che avevo da ragazzo. »

(Ibico – poeta del VI sec. ac.)

Nella mitologia greca, Eros è il dio dell’amore. I greci lo raffiguravano come un giovinetto bellissimo, nudo, armato di arco e frecce. Appena nato, fu portato dalla madre Afrodite al cospetto di Zeus, il quale capì subito quali e quanti danni il divino fanciullo avrebbe provocato e le consigliò di sopprimerlo.

Joshua Reynolds, Cupid Unfastening the Girdle of Venus, 1788

Afrodite lo nascose nei boschi e il piccolo sopravvisse nutrendosi con il latte delle belve feroci. Ancora giovane, si costruì da solo arco e frecce e imparò a ad usarli esercitandosi colpendo le stesse bestie che lo avevano allevato. Anche da adulto, tirò dardi contro gli dei dell’Olimpo, scatenando intense passioni. Dalle ferite provocate, nasceva il mal d’amore.

Comprendete la potenza?

Terra di paradossi, passioni e contraddizioni, possiamo definire l’amore, come quell’insieme di sentimenti che ci permette di oltrepassare la barriera della repulsione per il contatto con i genitali di un altra persona, suggerendoci proprio l’unione carnale con questa stessa persona.

Questo complesso di sentimenti lega una persona ad un’altra, al punto da farle sentire come proprio ciò che è dell’altro, e inizia con quello che chiamiamo “Innamoramento”.

L’oggetto d’amore viene scelto in modo misterioso, sulla base di pochi attributi parziali, percepiti come particolarmente attraenti, poiché entrano in risonanza con alcune forme percettive che giacciono in noi: schemi interni di funzionamento affettivo, tratti di personalità.

L’oggetto dell’innamoramento è dunque una CHIMERA: ha proprietà reali, ma soprattutto immaginarie; è il frutto di un’idealizzazione che estende le qualità dei pochi attributi parziali all’intero essere.

Ciò che rende l’altro desiderabile, in queste prime fasi dell’innamoramento, è un piccolo insieme di elementi transitori e di dettagli, spesso effimeri, e un grande insieme di fantasie che su questi elementi si basano.

La liberazione delle fantasie e il gioco di incastri psichici tra i partner genera uno stato letteralmente alterato di coscienza, fertile ed emozionante.

Tutto ciò, in sé, è assolutamente inconsistente come pilastro di relazioni nutrienti e durature.

Quanto più è alta la componente immaginifica rispetto a quella reale, tanto più sarà difficile trasformare l’Innamoramento in una relazione stabile e duratura, poichè il processo di integrazione della realtà e ridimensionamento del sogno sarà più difficile e dall’esito più incerto.

Ti suggerisco di rileggere queste ultime righe: quanto maggiore è il bisogno di un amore intenso e fusionale, tanto minore è la probabilità che tale amore possa trasformarsi in una relazione nutriente e duratura.

René Magritte, Les Amants (Gli Amanti), 1928, olio su tela

Innamoramento e amore non coinvolgono solo altri esseri umani; possono coinvolgere anche oggetti ed esperienze, poichè sono i nostri sentimenti ad animare l’oggetto o la situazione, riempiendoli di significati e di ulteriori sorgenti di sentimento.

L’innamoramento (che dura dai 3 mesi a un anno e mezzo circa, ma può proseguire fino a 3 anni) potrà svolgersi seguendo due rotte principali:

1) perdurando il gioco di illusioni, fantasie e seduzioni fusionali. In questo caso la tensione passionale dell’innamoramento potrà raggiungere elevati livelli di intensità, anche grazie a svariate forme di seduzione e manipolazione affettiva; tuttavia renderà sempre più difficile agli amanti il ri-conoscersi ed accoglier-si nella propria effettiva autenticità quotidiana, e tenderà nel tempo ad infrangersi sugli scogli della delusione, dell’incomprensione e della frustrazione, che genereranno rabbia portando forti correnti di distruttività nella relazione.

2) aprendo le porte ad un’autentica conoscenza di sé e dell’altro. Anche in questo secondo caso, potrebbero disvelarsi aspetti incongrui con le aspettative, e con la possibilità dell’instaurarsi di una relazione affettiva di più lunga durata.

Ne consegue che una delle conseguenze possibili dell’Innamoramento è l’estinguersi del sentimento amoroso e la conseguente separazione; tali estinzione e separazione possono essere più o meno dolorosi quanto più o meno elevate sono le vette (o le profondità) fusionali in cui l’innamoramento versava.
L’altra, è l’instaurarsi di una relazione diversa, più realistica, e di affetti e sentimenti di altra natura.

Quando parliamo di “Amore”, parliamo dunque di un’esperienza affettiva poliedrica, che si caratterizza per un’intensità sentimentale di un certo tipo al suo inizio, e, se prosegue il suo cammino, per altre configurazioni sentimentali, più “mentalizzate”, e realisticamente integrate, che possono sostenere il permanere della relazione affettuosa nel medio, lungo e lunghissimo periodo.

Parliamo inoltre di una ciclicità con cui le esperienze e le configurazioni sentimentali tendono a ripetersi. Ivi compresa l’esperienza della fine.

La durata di una relazione amorosa richiede necessariamente le capacità di elaborare il lutto dovuto alla perdita progressiva degli stati fusionali e idealizzati dell’Innamoramento. E richiede pure le capacità di generare nuove motivazioni al perdurare della relazione stessa.

Marina Abramovic e Ulay, trasformati in porte viventi nel 1977

Marina e Ulay: una coppia appassionata, le cui vicissitudini relazionali si sono fuse nell’arte, parte integrante della vita di entrambe, e sono costellate di momenti intensissimi, estasianti quanto commoventi. Nella foto sopra, Marina e Ulay si misero nudi sotto la porta d’ingresso principale della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. Con la schiena contro lo stipite, si guardavano negli occhi restando a una distanza – obbligata – di poche decine di centimetri. E il pubblico? Doveva scegliere se entrare o andarsene. E chi fosse entrato, non avrebbe potuto sottrarsi al contatto con i corpi nudi. Scelta l’entrata, come in un gioco, dovevano scegliere se trovarsi incollati e sfiorare il volto a lui o a lei.

Insieme, i due, realizzano grandi performance e per alcuni anni coltivano un progetto: fare una lunga passeggiata sulla Grande Muraglia, partendo dagli antipodi, in modo da incontrarsi più o meno a metà e lì celebrare il loro amore con un rito matrimoniale. Per anni il governo cinese nega i permessi ma, quando glieli concede, Ulay è in attesa di un figlio da un’altra donna.

Il dilemma se accettare la sfida o accantonare il sogno coltivato per anni si risolve quando i due decidono, nonostante le loro ‘strade’ si siano separate, di effettuare questo percorso sotto le luci delle loro telecamere e, nel momento dell’incontro, concordano di separarsi per sempre. Le immagini sono state girate nell’arco di novanta giorni e ritraggono Marina e Ulay nel loro passeggiare solitario: i due incontrano, ognuno lungo il proprio cammino, artigiani e pastori cinesi che vivono nei pressi della muraglia, osservano le loro abitudini, sperimentano l’impervio territorio cinese, effettuano un percorso simbolico che è di coppia ma anche fortemente personale e alla fine, quando si incrociano sulla muraglia si dicono definitivamente addio. Le immagini sono forti, toccanti, autentiche, e trasmettono allo spettatore una serie di sensazioni in modo immediato e conturbante. I due si rivedranno solo 23 anni dopo, durante una performance di Marina.

Amori condannati all’esilio. Grandiosi quanto strazianti. Come immaginare l’amore di Ulay e Marina in un normale menage familiare? Di quali acrobazie sono stati capaci i loro cuori, i loro corpi, le loro menti e le loro intere vite?

Nella continuità delle vite mediamente ordinarie di ciascuno di noi, il complesso di sentimenti dell’innamoramento si confronta con l’abitudine.

Confrontarsi con gli effetti dell’abitudine è sfida di ogni relazione; tali effetti tendono ad affievolire le passioni e semmai suggerire altri tipi di sentimenti ed esperienze.

Ogni relazione cerca e trova le sue soluzioni, più o meno efficaci (ai fini del proprio benessere e/o a quello della relazione), ivi compreso il tentativo di evitamento sistematico, la separazione, la ritualizzazione, la scomposizione dei piani relazionali, eccetera eccetera.

Ad ogni passo pare dunque emergere la stessa suspence circa gli esiti della relazione: riusciranno le prede di Eros a generare e mantenere nel tempo, a dispetto delle sfide della vita, sentimenti affettuosi di legame e cura reciproca variamente declinati? O tutto semplicemente svanirà, come una bolla di sapone? E perchè una delle due dovrebbe essere preferibile all’altra? Quest’ultimo interrogativo ci porterebbe lontano, e quindi non ce ne occuperemo in questa sede.

Oltre all’abitudine, c’è un altro scoglio con cui deve confrontarsi il vascello dell’Amore: la defusione.

Nella fusione, l’Altro è letteralmente rivestito di caratteri e significati sostanzialmente illusori, fantasmatici, derivati dalle poche e parziali caratteristiche raccolte dall’innamorato e pervasivamente ridiffuse sull’intera esserità dell’altro, in maniera del tutto arbitraria.

Nella fusione, l’altro appare il completamento ideale, il termine ultimo, l’appagamento di ogni bisogno, la promessa del sogno realizzato, fino a far scomparire ogni confine e generare uno stato simbiotico estremamente pericoloso per l’integrità degli amanti coinvolti. In questo stato non si sà più dove inizia e finisce ciascuno degli amanti. Tale stato di indistinzione genera nel tempo una serie di complicazioni nella percezione di Sè dei partner.

Progressivamente, nel tempo, gli amanti si confrontano con le caratteristiche reali che divergono dall’illusione fusionale, e vi reagiscono con frustrazione, risentimento e rabbia variamente riconosciuti. La distruttività entra nella relazione e vi provoca lacerazioni lancinanti.

Quanto più intensa, duratura e pervasiva, durante l’Innamoramento, è stata l’esperienza della fusione, tanto più lo sarà quella della defusione.

Molti amori semplicemente si affievoliscono e muoiono, in maniera relativamente poco dolorosa; quelli fusionali sono una vera e propria catastrofe affettiva. Le separazioni in questi casi sono percepite come improvvise e violente, e il vissuto dell’abbandono fà il suo ingresso in scena. In verità, anche queste separazioni sono lungamente preparate, ma caratterizzate da una lunga serie di aggiustamenti e compromessi volti a negarle o impedirle, in modo non pienamente consapevole, nè a livello individuale, nè tanto meno a livello di coppia.

La de-fusione si caratterizza per l’ambivalenza: convivono e si alternano sentimenti di amore e attaccamento con odio e desiderio di distacco, piacere nell’allontanamento e desiderio di vicinanza, eccetera, variamente declinati in comportamenti ed atteggiamenti diversi, e quasi mai chiaramente riconosciuti, ma piuttosto dissimulati e negati.

Più gli amanti sono stati uniti e più ora sentono il bisogno di creare distanza e contemporaneamente il desiderio di ricongiungersi.

Anche in questo caso, ogni coppia genera le sue strategie di gestione della situazione, più o meno funzionali: dalle vite parallele alle esperienze erotiche non convenzionali; dalla conflittualità sado-masochistica alla rassegnazione.

Tale situazione può mantenersi per mesi e anni, producendo ahimè non pochi danni alla qualità della vita degli amanti coinvolti, e alla loro integrità personale. Ambivalenza e ambiguità risultano funzionalmente “tattiche di attesa”, volte a rimandare una definitiva separazione, percepita come inaccettabile e inconcepibile.

Ma allora, cosa rende liberamente possibile la stabilità di una coppia dal punto di vista psicologico, cioè a prescindere da eventuali vincoli coercitivi di tipo materiale, morale o religioso?

Statuetta risalente a 3500 anni fa, che raffigura una coppia. Tebe. Oggi al Museo del Louvre. Foto di Marco Scarmagnani. Un uomo ed una donna che da un piano di parità rivolgono – l’uno accanto all’altra – lo sguardo verso l’infinito. Il focus è fuori di questo mondo, e se qualcosa c’è di qui, potremmo nominarla “pace con fierezza”

Secondo R. P. Dalle Luche, a permettere tale condizione, è la capacità della relazione di soddisfare i bisogni dei singoli: quando il peso dell’esistenza appare più lieve se portato con il/la partner, allora la relazione può avvantaggiarsene nel tempo, e il benessere individuale riverbera nella qualità della relazione.

Molteplici sono gli aspetti che caratterizzano i bisogni individuali percepiti soddisfatti dalla relazione, e dipendono dalle differenze individuali, dalla “compatibilità o complementarietà psicologica”: l’unione facilita l’esistenza individuale dei partner coinvolti. Ad esempio rispondendo a bisogni quali: sicurezza materiale e/o affettiva, supporto nello sviluppo di interessi e progetti comuni, rispecchiamento, eccetera.

Se al dissolversi dell’Innamoramento, emergono questi elementi altri di soddisfazione individuale perseguibili attraverso la relazione e reciprocamente soddisfacenti, allora la relazione tenderebbe, in quest’ottica, a stabilizzarsi, rinforzando gli investimenti narcisistici dei partner coinvolti.

Lungi dal ritenere di aver esaurito l’argomento, spero di aver fornito un pò di spunti utili per la riflessione e l’approfondimento.

E tu, cosa ne pensi?

Infondo a questa pagina trovi lo spazio per lasciare un commento se vorrai.

Bibliografia Minima

Attaccamento e perdita, J. Bowlby, 1973

Innamoramento e amore, F. Alberoni, 1979

L’ambivalenza e l’ambiguità nelle rotture affettive, R. Dalle Luche e S. Bertacca, 2012

I serial killer dell’anima, C. Mammoliti, 2012

Percorsi femminili, azioni collettive

Grazie a Venice Climate Lab. Terre altre, Terre alte: esperienze di rinnovata marginalità tra Pandemia e pratiche di vita ecologica e ricerca.

Esperienze di Donne al confine.

Al seguente link trovate l’incontro integrale.

https://youtu.be/iaOsv2vtVXU

Angela Granzotto, Silvia Santato e Primiana Leonardini Pieri, affiancate da Bianca Nardon e Ilaria Pertot.

Testimonianze di vite che si sono rivoluzionate e ri-generate: dalle carriere convenzionali all’integrazione ecologica attraverso la relazione con la Terra e le pratiche agroecologiche e permaculturali.

Da dove viene il dolore?

Ezio Sanapo – Notturno

Da dove viene il dolore?

Per quanto la sofferenza possa essere un’emozione che, prima o dopo, sperimentiamo tutti, nessuno ci ha fornito un manuale su come affrontarla.

Sin da piccoli, ci sfoghiamo con le lacrime! Tuttavia crescendo, cominciamo a sentirci dire che non si deve piangere, che è una cosa che fanno solo le persone deboli. È proprio da quel momento che cominciamo ad interiorizzare, a dissimulare e a nascondere ciò che proviamo.

Il dolore emotivo e psicologico è una sofferenza profonda e pervasiva, che attraversa e fà “piangere” e dolere anche il nostro corpo.

Rappresenta la risposta all’esperienza della perdita, reale o immaginaria; quanto più ciò che abbiamo perduto è importante per noi, tanto più il dolore è devastante e profondo, e si articola alternando ad esempio fasi di tristezza/disperazione, sgomento/incredulità, rabbia/furore, evitamento/sostituzione, ansia/angoscia, senso di colpa.

La fase della riconfigurazione di una nuova realtà, può essere accompagnata dal perdono (di sè, degli altri, degli eventi), e richiedere molto tempo.

Qualsiasi sia l'”oggetto” della perdita (una persona, una relazione, un sogno, un progetto, una casa, un lavoro, un animale domestico, eccetera), tale “oggetto” esprime la sua importanza in funzione di ciò che per noi ha rappresentato e rappresenta, ciò che significava e significa. Quanto cioè, si era intrecciato con la nostra stessa vita, la nostra identità, i nostri bisogni, i nostri scopi, o le nostre aspettative.

Frida Khalo – L’Ospedale Henry Ford

È nella profondità di tali aspetti che affonda le radici l’intensità e pervasività del dolore che proviamo, e la fatica di ricucire e intessere nuove configurazioni integrate di esistenza, nuovi equilibri, nuove visioni.

Ma non solo. Ciascuno di noi ha un suo particolare “stile” di percezione e gestione del dolore emotivo e psichico. Sono abbastanza frequenti, ad esempio, la rimozione, l’evitamento, la negazione e la sostituzione. Sono meccanismi di difesa che proteggono (almeno per un po) dall’esperienza del dolore.

Ricordiamo a questo proposito che l’esperienza del dolore è sempre esperienza destrutturante, e ci mette in contatto con le nostre fragilità; nel dolore prendono vita i vissuti di noi più terribili, le nostre paure più angoscianti, le nostre “Imago” più distruttive.

L’Angelo del Dolore, William Wetmore Story

Il percorso si risolve raggiungendo, o rinunciando a, o ridefinendo, ciò che è stato compromesso con la perdita.

Ma a cosa serve il dolore?
A segnalarci il conflitto tra una certa rappresentazione cognitiva, e i desideri e gli scopi per noi importanti.
A darci il tempo e gli ingredienti per elaborare la perdita e riorganizzare la nostra identità e la nostra vita.

Per millenni abbiamo utilizzato strategie socio-culturali di contenimento collettivo del dolore, variamente declinate e specificate nelle diverse culture di appartenenza.

Pensiamo, muovendoci nelle nostre tradizioni, al “vestito a lutto”, alle “notti di veglia”, alle “Tarante”, a “Ognissanti e il Giorno dei Morti”, e a tutte quelle cerimonie collettive  che intendono ritualizzare il dolore, renderlo codificabile e condivisibile, e per questo, più sopportabile.

Oggi siamo sempre più soli nel nostro dolore, e sempre più poveri di strumenti per capirlo, nominarlo, viverlo, dargli un senso nella nostra vita.

Il vantaggio, certo, è che possiamo farne un’esperienza di autentica individuazione, come direbbe Jung.

Un’esperienza di “nascita del bambino interiore”. Un’esperienza iniziatica, che come narrano i Miti della discesa agli Inferi, ci insegna i segreti della Morte e della Rinascita.

Ma certo, non aspettatevi che sia semplice. Non aspettatevi proprio. Perchè come ogni esperienza misterica degna di questo nome, comunque vi sorprenderà. Se non lo farà, se non distruggerà un pò di voi, non sarà una vera esperienza di rinnovamento, ma solo la ripetizione del vostri precedenti modelli.

Renè Magritte – Il Terapeuta

Cosa augurarci, dunque, quando soffriamo?

Che sia un “Buon Dolore”, un buon fuoco purificatore. Che bruci il giusto, tutto ciò che deve, “dentro e fuori”. Che faccia il giusto spazio per ciò che siamo in grado di ricostruire e rinnovare. E che disponiamo della pazienza e dell’amore sufficienti per prenderci cura di noi stessi e sostenerci in questa delicata e particolare fase, in cui potremmo essere, anche a noi stessi, parzialmente irriconoscibili.

Tra i 3 e i 18 mesi è l’intervallo di tempo che, secondo le statistiche, ci necessita per gestire le fluttuazioni più acute del lutto e del dolore. Quindi, mettiamoci comodi. Abbracciamoci.

C. G. Jung, Libro Rosso, Immagine pag. 135

Rivolgiamoci a un professionista se vogliamo fare il viaggio in compagnia, e in particolare in compagnia di chi, negli inferi, ci sguazza, e dispone di qualche strumento in più per sostenerne la nostra comprensione ed elaborazione individuali.

Mettiamoci tranquilli, dunque, e godiamoci lo spettacolo.

Se ti và, scrivi nei commenti le tue riflessioni o una tua esperienza con il dolore.

Condividi questo articolo con le persone a cui credi possa essere di aiuto.

Ti abbraccio forte.

Primiana

#psicoterapeuta #crescitapersonale  #psicologia #lutto #dolore #rinascita

Relazioni Pericolose

Le vicissitudini amorose e relazionali sono il magma rovente in cui vengono scossi i nostri contenuti inconsci: tutto ciò che della nostra Anima non è stato ancora riconosciuto e compreso, viene mosso a sollevarsi e a bussare al nostro Io, per disvelare la sua verità.

Ma il nostro Io è piccolo e rigido, spesso deformato da apprendimenti distorti e dal peso di vicissitudini difficili. Ciò che bussa è ignoto (finchè non apriamo la porta e facciamo la sua conoscenza), fà paura, ci terrorizza, appare inaccettabile, o indegno, o semplicemente non ci accorgiamo che stà bussando, perchè non ci stiamo ascoltando abbastanza.

Così, non rispondiamo, ed anzi serriamo la porta.

Iniziamo ad avvertire angoscia e disagio, vari malesseri. Ci sorprendiamo arrabbiati, o vendicativi. Tristi o demotivati. Svuotati, disamorati, o inquieti e ansiosi.

E’ il magma che ribolle, e quel pezzo della nostra Anima continua a battere la porta, e cercare pertugi per rivelarsi. Con la porta chiusa, cioè in assenza della nostra attenzione e della nostra accoglienza, entra dagli spifferi delle finestre, cioè dai luoghi di cui non abbiamo consapevolezza. E compie la sua “entrata in scena”, secondo regole e forze che sono solo sue proprie, prive di qualsiasi mediazione dell’Io.

La relazione inizia a deteriorarsi e logorarci, spingendoci in un gorgo di sofferenza, comportamenti reattivi e grande dispersione di energie.

Ci sentiamo frustrati, non capiamo più cosa sta succedendo, e gli eventi ci sembrano sempre più incomprensibili. Taluni reagiscono con la fuga (tradimenti, allontanamenti, separazioni improvvise), altri resistono stoicamente ma senza trovare il bandolo della matassa.

Se nessuno dei partner si accorge in tempo della situazione pericolosa, e non fà qualcosa per esplorarla e “aprire la porta”, il disordine provocato dall’Anima degli spifferi può portare a dolorose separazioni.

Talvolta, anche quando uno dei partner tenta di affrontare il problema, per un motivo o per un altro il dialogo non funziona. L’altro si sottrae, evita, oppure comunque il tentativo di dialogo si trasforma in un litigio.

Iniziano le menzogne e le rivalse.

Coloro che erano amanti fanno fatica a riconoscersi, non sanno più aiutarsi.

L’unica speranza per uscirne il meno distrutti possibile, è ricorrere immediatamente alla consulenza di un professionista, psicologo o psicoterapeuta, che aiuti il singolo o la coppia che vi si rivolge ad aprire la porta, e guardare negli occhi ciò che sta bussando.

Solo così l’Anima potrà acquietarsi, e veder riconosciuto il suo bisogno. Che è nostro, intimo e unico, necessario per la nostra autorealizzazione.

Riconoscere ciò che bussa alla nostra porta significa espandere i confini del nostro piccolo Io, aprirci al dialogo col nostro inconscio, e riappropriarci di energie preziose. Significa quello che Jung chiama processo di individualzione. Significa recupero della padronanza di Sè e di ciò che ci accade, significa libertà: ciò che cerca di agire su di noi attraverso gli spifferi, si disvela nella sua interezza e nella sua luce alla nostra porta.

E’ facile? Quanto tempo può volerci? Dipende. Ogni incontro è un mistero, un piccolo grande miracolo. Una sorgente di insegnamenti. L’unico modo per scorpirlo, è iniziare.

Di seguito un video che potrà aiutarvi a riconoscere se ci sono spifferi in azione…..

Scrivetemi e contattatemi per qualsiasi curiosità.

E’ attivo il servizio di consulenze on-line: manda un sms o wa al +393495508509, dalle 8.00 alle 10.00, con i tuoi recapiti, oppure contattami su Telegram “Primiana Nature Healing”.

A presto!

Primiana.

“Che il tuo desiderio trovi soddisfazione in te stesso. Che la tua brama ti consumi, così essa si stancherà e si acquieterà, e tu farai un buon sonno, e considererai un bene il sole di ogni giorno.

Se invece divorerai altri e altre cose rispetto a te, la tua brama rimarrà perennemente insoddisfatta, perchè essa vuole di più, vuole ciò che vi è di più prelibato, vuole te.”

C. G. Jung, Liber Novus