Percorsi femminili, azioni collettive

Grazie a Venice Climate Lab. Terre altre, Terre alte: esperienze di rinnovata marginalità tra Pandemia e pratiche di vita ecologica e ricerca.

Esperienze di Donne al confine.

Al seguente link trovate l’incontro integrale.

https://youtu.be/iaOsv2vtVXU

Angela Granzotto, Silvia Santato e Primiana Leonardini Pieri, affiancate da Bianca Nardon e Ilaria Pertot.

Testimonianze di vite che si sono rivoluzionate e ri-generate: dalle carriere convenzionali all’integrazione ecologica attraverso la relazione con la Terra e le pratiche agroecologiche e permaculturali.

Da dove viene il dolore?

Ezio Sanapo – Notturno

Da dove viene il dolore?

Per quanto la sofferenza possa essere un’emozione che, prima o dopo, sperimentiamo tutti, nessuno ci ha fornito un manuale su come affrontarla.

Sin da piccoli, ci sfoghiamo con le lacrime! Tuttavia crescendo, cominciamo a sentirci dire che non si deve piangere, che è una cosa che fanno solo le persone deboli. È proprio da quel momento che cominciamo ad interiorizzare, a dissimulare e a nascondere ciò che proviamo.

Il dolore emotivo e psicologico è una sofferenza profonda e pervasiva, che attraversa e fà “piangere” e dolere anche il nostro corpo.

Rappresenta la risposta all’esperienza della perdita, reale o immaginaria; quanto più ciò che abbiamo perduto è importante per noi, tanto più il dolore è devastante e profondo, e si articola alternando ad esempio fasi di tristezza/disperazione, sgomento/incredulità, rabbia/furore, evitamento/sostituzione, ansia/angoscia, senso di colpa.

La fase della riconfigurazione di una nuova realtà, può essere accompagnata dal perdono (di sè, degli altri, degli eventi), e richiedere molto tempo.

Qualsiasi sia l'”oggetto” della perdita (una persona, una relazione, un sogno, un progetto, una casa, un lavoro, un animale domestico, eccetera), tale “oggetto” esprime la sua importanza in funzione di ciò che per noi ha rappresentato e rappresenta, ciò che significava e significa. Quanto cioè, si era intrecciato con la nostra stessa vita, la nostra identità, i nostri bisogni, i nostri scopi, o le nostre aspettative.

Frida Khalo – L’Ospedale Henry Ford

È nella profondità di tali aspetti che affonda le radici l’intensità e pervasività del dolore che proviamo, e la fatica di ricucire e intessere nuove configurazioni integrate di esistenza, nuovi equilibri, nuove visioni.

Ma non solo. Ciascuno di noi ha un suo particolare “stile” di percezione e gestione del dolore emotivo e psichico. Sono abbastanza frequenti, ad esempio, la rimozione, l’evitamento, la negazione e la sostituzione. Sono meccanismi di difesa che proteggono (almeno per un po) dall’esperienza del dolore.

Ricordiamo a questo proposito che l’esperienza del dolore è sempre esperienza destrutturante, e ci mette in contatto con le nostre fragilità; nel dolore prendono vita i vissuti di noi più terribili, le nostre paure più angoscianti, le nostre “Imago” più distruttive.

L’Angelo del Dolore, William Wetmore Story

Il percorso si risolve raggiungendo, o rinunciando a, o ridefinendo, ciò che è stato compromesso con la perdita.

Ma a cosa serve il dolore?
A segnalarci il conflitto tra una certa rappresentazione cognitiva, e i desideri e gli scopi per noi importanti.
A darci il tempo e gli ingredienti per elaborare la perdita e riorganizzare la nostra identità e la nostra vita.

Per millenni abbiamo utilizzato strategie socio-culturali di contenimento collettivo del dolore, variamente declinate e specificate nelle diverse culture di appartenenza.

Pensiamo, muovendoci nelle nostre tradizioni, al “vestito a lutto”, alle “notti di veglia”, alle “Tarante”, a “Ognissanti e il Giorno dei Morti”, e a tutte quelle cerimonie collettive  che intendono ritualizzare il dolore, renderlo codificabile e condivisibile, e per questo, più sopportabile.

Oggi siamo sempre più soli nel nostro dolore, e sempre più poveri di strumenti per capirlo, nominarlo, viverlo, dargli un senso nella nostra vita.

Il vantaggio, certo, è che possiamo farne un’esperienza di autentica individuazione, come direbbe Jung.

Un’esperienza di “nascita del bambino interiore”. Un’esperienza iniziatica, che come narrano i Miti della discesa agli Inferi, ci insegna i segreti della Morte e della Rinascita.

Ma certo, non aspettatevi che sia semplice. Non aspettatevi proprio. Perchè come ogni esperienza misterica degna di questo nome, comunque vi sorprenderà. Se non lo farà, se non distruggerà un pò di voi, non sarà una vera esperienza di rinnovamento, ma solo la ripetizione del vostri precedenti modelli.

Renè Magritte – Il Terapeuta

Cosa augurarci, dunque, quando soffriamo?

Che sia un “Buon Dolore”, un buon fuoco purificatore. Che bruci il giusto, tutto ciò che deve, “dentro e fuori”. Che faccia il giusto spazio per ciò che siamo in grado di ricostruire e rinnovare. E che disponiamo della pazienza e dell’amore sufficienti per prenderci cura di noi stessi e sostenerci in questa delicata e particolare fase, in cui potremmo essere, anche a noi stessi, parzialmente irriconoscibili.

Tra i 3 e i 18 mesi è l’intervallo di tempo che, secondo le statistiche, ci necessita per gestire le fluttuazioni più acute del lutto e del dolore. Quindi, mettiamoci comodi. Abbracciamoci.

C. G. Jung, Libro Rosso, Immagine pag. 135

Rivolgiamoci a un professionista se vogliamo fare il viaggio in compagnia, e in particolare in compagnia di chi, negli inferi, ci sguazza, e dispone di qualche strumento in più per sostenerne la nostra comprensione ed elaborazione individuali.

Mettiamoci tranquilli, dunque, e godiamoci lo spettacolo.

Se ti và, scrivi nei commenti le tue riflessioni o una tua esperienza con il dolore.

Condividi questo articolo con le persone a cui credi possa essere di aiuto.

Ti abbraccio forte.

Primiana

#psicoterapeuta #crescitapersonale  #psicologia #lutto #dolore #rinascita

Relazioni Pericolose

Le vicissitudini amorose e relazionali sono il magma rovente in cui vengono scossi i nostri contenuti inconsci: tutto ciò che della nostra Anima non è stato ancora riconosciuto e compreso, viene mosso a sollevarsi e a bussare al nostro Io, per disvelare la sua verità.

Ma il nostro Io è piccolo e rigido, spesso deformato da apprendimenti distorti e dal peso di vicissitudini difficili. Ciò che bussa è ignoto (finchè non apriamo la porta e facciamo la sua conoscenza), fà paura, ci terrorizza, appare inaccettabile, o indegno, o semplicemente non ci accorgiamo che stà bussando, perchè non ci stiamo ascoltando abbastanza.

Così, non rispondiamo, ed anzi serriamo la porta.

Iniziamo ad avvertire angoscia e disagio, vari malesseri. Ci sorprendiamo arrabbiati, o vendicativi. Tristi o demotivati. Svuotati, disamorati, o inquieti e ansiosi.

E’ il magma che ribolle, e quel pezzo della nostra Anima continua a battere la porta, e cercare pertugi per rivelarsi. Con la porta chiusa, cioè in assenza della nostra attenzione e della nostra accoglienza, entra dagli spifferi delle finestre, cioè dai luoghi di cui non abbiamo consapevolezza. E compie la sua “entrata in scena”, secondo regole e forze che sono solo sue proprie, prive di qualsiasi mediazione dell’Io.

La relazione inizia a deteriorarsi e logorarci, spingendoci in un gorgo di sofferenza, comportamenti reattivi e grande dispersione di energie.

Ci sentiamo frustrati, non capiamo più cosa sta succedendo, e gli eventi ci sembrano sempre più incomprensibili. Taluni reagiscono con la fuga (tradimenti, allontanamenti, separazioni improvvise), altri resistono stoicamente ma senza trovare il bandolo della matassa.

Se nessuno dei partner si accorge in tempo della situazione pericolosa, e non fà qualcosa per esplorarla e “aprire la porta”, il disordine provocato dall’Anima degli spifferi può portare a dolorose separazioni.

Talvolta, anche quando uno dei partner tenta di affrontare il problema, per un motivo o per un altro il dialogo non funziona. L’altro si sottrae, evita, oppure comunque il tentativo di dialogo si trasforma in un litigio.

Iniziano le menzogne e le rivalse.

Coloro che erano amanti fanno fatica a riconoscersi, non sanno più aiutarsi.

L’unica speranza per uscirne il meno distrutti possibile, è ricorrere immediatamente alla consulenza di un professionista, psicologo o psicoterapeuta, che aiuti il singolo o la coppia che vi si rivolge ad aprire la porta, e guardare negli occhi ciò che sta bussando.

Solo così l’Anima potrà acquietarsi, e veder riconosciuto il suo bisogno. Che è nostro, intimo e unico, necessario per la nostra autorealizzazione.

Riconoscere ciò che bussa alla nostra porta significa espandere i confini del nostro piccolo Io, aprirci al dialogo col nostro inconscio, e riappropriarci di energie preziose. Significa quello che Jung chiama processo di individualzione. Significa recupero della padronanza di Sè e di ciò che ci accade, significa libertà: ciò che cerca di agire su di noi attraverso gli spifferi, si disvela nella sua interezza e nella sua luce alla nostra porta.

E’ facile? Quanto tempo può volerci? Dipende. Ogni incontro è un mistero, un piccolo grande miracolo. Una sorgente di insegnamenti. L’unico modo per scorpirlo, è iniziare.

Di seguito un video che potrà aiutarvi a riconoscere se ci sono spifferi in azione…..

Scrivetemi e contattatemi per qualsiasi curiosità.

E’ attivo il servizio di consulenze on-line: manda un sms o wa al +393495508509, dalle 8.00 alle 10.00, con i tuoi recapiti, oppure contattami su Telegram “Primiana Nature Healing”.

A presto!

Primiana.

“Che il tuo desiderio trovi soddisfazione in te stesso. Che la tua brama ti consumi, così essa si stancherà e si acquieterà, e tu farai un buon sonno, e considererai un bene il sole di ogni giorno.

Se invece divorerai altri e altre cose rispetto a te, la tua brama rimarrà perennemente insoddisfatta, perchè essa vuole di più, vuole ciò che vi è di più prelibato, vuole te.”

C. G. Jung, Liber Novus