Da dove viene il dolore?

Ezio Sanapo – Notturno

Da dove viene il dolore?

Per quanto la sofferenza possa essere un’emozione che, prima o dopo, sperimentiamo tutti, nessuno ci ha fornito un manuale su come affrontarla.

Sin da piccoli, ci sfoghiamo con le lacrime! Tuttavia crescendo, cominciamo a sentirci dire che non si deve piangere, che è una cosa che fanno solo le persone deboli. È proprio da quel momento che cominciamo ad interiorizzare, a dissimulare e a nascondere ciò che proviamo.

Il dolore emotivo e psicologico è una sofferenza profonda e pervasiva, che attraversa e fà “piangere” e dolere anche il nostro corpo.

Rappresenta la risposta all’esperienza della perdita, reale o immaginaria; quanto più ciò che abbiamo perduto è importante per noi, tanto più il dolore è devastante e profondo, e si articola alternando ad esempio fasi di tristezza/disperazione, sgomento/incredulità, rabbia/furore, evitamento/sostituzione, ansia/angoscia, senso di colpa.

La fase della riconfigurazione di una nuova realtà, può essere accompagnata dal perdono (di sè, degli altri, degli eventi), e richiedere molto tempo.

Qualsiasi sia l'”oggetto” della perdita (una persona, una relazione, un sogno, un progetto, una casa, un lavoro, un animale domestico, eccetera), tale “oggetto” esprime la sua importanza in funzione di ciò che per noi ha rappresentato e rappresenta, ciò che significava e significa. Quanto cioè, si era intrecciato con la nostra stessa vita, la nostra identità, i nostri bisogni, i nostri scopi, o le nostre aspettative.

Frida Khalo – L’Ospedale Henry Ford

È nella profondità di tali aspetti che affonda le radici l’intensità e pervasività del dolore che proviamo, e la fatica di ricucire e intessere nuove configurazioni integrate di esistenza, nuovi equilibri, nuove visioni.

Ma non solo. Ciascuno di noi ha un suo particolare “stile” di percezione e gestione del dolore emotivo e psichico. Sono abbastanza frequenti, ad esempio, la rimozione, l’evitamento, la negazione e la sostituzione. Sono meccanismi di difesa che proteggono (almeno per un po) dall’esperienza del dolore.

Ricordiamo a questo proposito che l’esperienza del dolore è sempre esperienza destrutturante, e ci mette in contatto con le nostre fragilità; nel dolore prendono vita i vissuti di noi più terribili, le nostre paure più angoscianti, le nostre “Imago” più distruttive.

L’Angelo del Dolore, William Wetmore Story

Il percorso si risolve raggiungendo, o rinunciando a, o ridefinendo, ciò che è stato compromesso con la perdita.

Ma a cosa serve il dolore?
A segnalarci il conflitto tra una certa rappresentazione cognitiva, e i desideri e gli scopi per noi importanti.
A darci il tempo e gli ingredienti per elaborare la perdita e riorganizzare la nostra identità e la nostra vita.

Per millenni abbiamo utilizzato strategie socio-culturali di contenimento collettivo del dolore, variamente declinate e specificate nelle diverse culture di appartenenza.

Pensiamo, muovendoci nelle nostre tradizioni, al “vestito a lutto”, alle “notti di veglia”, alle “Tarante”, a “Ognissanti e il Giorno dei Morti”, e a tutte quelle cerimonie collettive  che intendono ritualizzare il dolore, renderlo codificabile e condivisibile, e per questo, più sopportabile.

Oggi siamo sempre più soli nel nostro dolore, e sempre più poveri di strumenti per capirlo, nominarlo, viverlo, dargli un senso nella nostra vita.

Il vantaggio, certo, è che possiamo farne un’esperienza di autentica individuazione, come direbbe Jung.

Un’esperienza di “nascita del bambino interiore”. Un’esperienza iniziatica, che come narrano i Miti della discesa agli Inferi, ci insegna i segreti della Morte e della Rinascita.

Ma certo, non aspettatevi che sia semplice. Non aspettatevi proprio. Perchè come ogni esperienza misterica degna di questo nome, comunque vi sorprenderà. Se non lo farà, se non distruggerà un pò di voi, non sarà una vera esperienza di rinnovamento, ma solo la ripetizione del vostri precedenti modelli.

Renè Magritte – Il Terapeuta

Cosa augurarci, dunque, quando soffriamo?

Che sia un “Buon Dolore”, un buon fuoco purificatore. Che bruci il giusto, tutto ciò che deve, “dentro e fuori”. Che faccia il giusto spazio per ciò che siamo in grado di ricostruire e rinnovare. E che disponiamo della pazienza e dell’amore sufficienti per prenderci cura di noi stessi e sostenerci in questa delicata e particolare fase, in cui potremmo essere, anche a noi stessi, parzialmente irriconoscibili.

Tra i 3 e i 18 mesi è l’intervallo di tempo che, secondo le statistiche, ci necessita per gestire le fluttuazioni più acute del lutto e del dolore. Quindi, mettiamoci comodi. Abbracciamoci.

C. G. Jung, Libro Rosso, Immagine pag. 135

Rivolgiamoci a un professionista se vogliamo fare il viaggio in compagnia, e in particolare in compagnia di chi, negli inferi, ci sguazza, e dispone di qualche strumento in più per sostenerne la nostra comprensione ed elaborazione individuali.

Mettiamoci tranquilli, dunque, e godiamoci lo spettacolo.

Se ti và, scrivi nei commenti le tue riflessioni o una tua esperienza con il dolore.

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Ti abbraccio forte.

Primiana

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